| La lingua |
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| Area Grecanica - Lingua e tradizioni |
| Mercoledì 08 Ottobre 2008 11:42 |
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Dalla caduta del Tema tis Calavrias al XX secolo non si può, verosimilmente, affermare che sia esistita una tradizione storica scritta del greco di Calabria a parte alcune rilevanti ma isolate eccezioni come quella di Antonio De Marco del 1600, “scoperta” in tempi recenti dal Franco Mosino. Fra il XIX ed il XX secolo la lingua ha ripreso ad essere anche tra/scritta ma utilizzando caratteri latini data la collocazione della minoranza in area italiana. Tutti questi sono problemi naturalmente da categorie sociali alfabetizzate e che l’area rurale ellenofona, di cultura orale, non si è posta per secoli. Certo, il riaccendersi in tempi recenti, di rapporti culturali con la madrepatria linguistica se da una parte ha incoraggiato la resistenza dei greci di Calabria dall’altra ha in ogni caso posto il problema della comunicazione e, conseguentemente, dell’alfabeto. Di fronte ad una lingua fortemente in crisi si pongono alcuni importanti problemi di scenario anche in virtù della recentissima (e forse un po’ tardiva) legge i tutela delle minoranze linguistiche italiane. Si riuscirà ad insegnare il greco di Calabria nelle scuole? Ed accanto ad esso bisognerà insegnare anche il neogreco per dare una prospettiva più ampia alle antiche radici? Sono due domande fondamentali e di difficile risposta ma che contengono alcune delle prospettive di salvezza per la lingua. Tutte le altre riguardano il mondo economico. Senza alcun progetto di sviluppo sostenibile per le aree interne esse saranno oggetto di definitivo svuotamento: tipote ànthropo, tipote lòghia (nessun uomo, nessuna parola). Dalla poesìa contadina ad una nuova voce ellenofona Un mondo contadino e pastorale legato ad una cultura trasmessa oralmente non ha potuto lasciare molte testimonianze scritte. Essenzialmente le voci ellenofone sono state più trascritte che scritte. Come il caso dei folcloristi italiani “a caccia” di canti popolari anche fra i greci di Calabria nel XIX secolo. Nel XX secolo, la diffusione dell’alfabetizzazione ha fatto sì che alcuni poeti del mondo contadino abbiano in qualche modo potuto lasciare una traccia della loro voce. Senza dubbio si tratta di testi inconfondibilmente legati ad una matrice “orale”, a ciò che anche in area ellenofona si definiva il puesiare ciò il creare estemporaneamente, a braccio forme poetiche secondo i canoni tradizionali. Questa traccia pastorale e contadina si legge grossomodo nelle voci più importanti della poesia tradizionale grecanica: Bruno Casile, Mastr’Angelo Maesano, gli stessi fratelli Siviglia. Diverso il caso di Salvino Nucera. Per quanto anch’egli provenga da un mondo profondamente popolare si tratta di un autore che ha avuto l’opportunità di compiere studi letterari e di eleborare un proprio percorso in un ambito direttamente “scritto”. Di natura senz’altro letteraria, a tratti intellettuale (nel senso migliore del termine), è l’esperienza di questo scrittore che rappresenta oggi, fuori dal panorama del puesiare contadino, la voce più alta della scrittura in greco di Calabria. |
| Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 08 Ottobre 2008 17:03 ) |